Per quasi cinquant’anni, quando si parla di incontri con civiltà extraterrestri al cinema, il primo nome che viene in mente è quello di Steven Spielberg. Nel 1977 il regista cambiò per sempre il modo di raccontare gli UFO con Incontri ravvicinati del terzo tipo, un film che sostituì la paura con la meraviglia e trasformò gli alieni in un mistero da comprendere più che da combattere.

Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, Spielberg torna nuovamente su quel terreno con Disclosure Day, il suo nuovo film di fantascienza uscito nel 2026. E per molti osservatori non si tratta semplicemente di una nuova avventura sci-fi, ma di una sorta di erede spirituale di uno dei suoi capolavori più amati.
Dal 1977 al 2026: due epoche diverse, la stessa domanda
Quando Incontri ravvicinati del terzo tipo arrivò nelle sale, il tema degli UFO apparteneva quasi esclusivamente all’immaginario popolare. Il film raccontava la storia di persone comuni attratte da un misterioso richiamo proveniente dallo spazio, culminando in uno dei finali più iconici della storia del cinema.
Con Disclosure Day, Spielberg torna a interrogarsi sulla stessa domanda fondamentale: siamo davvero soli nell’universo?
La differenza è che oggi il contesto culturale è completamente cambiato. Negli ultimi anni il dibattito sugli UAP, gli oggetti volanti non identificati, è uscito dai confini della fantascienza per entrare nel dibattito pubblico e politico. Lo stesso Spielberg ha spiegato che il nuovo film è stato ispirato anche dalle recenti discussioni e dai rapporti ufficiali legati agli avvistamenti di fenomeni aerei anomali.
Dalla meraviglia al segreto
La somiglianza più evidente tra i due film è la presenza del mistero extraterrestre, ma il modo in cui viene raccontato appare molto diverso.
In Incontri ravvicinati del terzo tipo il centro della storia era la scoperta. Gli esseri umani cercavano di comprendere un fenomeno sconosciuto e il film trasmetteva un senso di stupore quasi infantile.
Disclosure Day, invece, sembra costruito attorno all’idea della verità nascosta. La trama ruota infatti attorno a informazioni segrete sugli alieni e a personaggi che cercano di rivelare ciò che governi e organizzazioni avrebbero tenuto nascosto per decenni.
Se il film del 1977 raccontava il primo contatto, quello del 2026 sembra interrogarsi sulle conseguenze della scoperta e sulla gestione della verità.
Un ritorno alle origini per Spielberg
Dopo film storici, drammi e opere autobiografiche come The Fabelmans, Spielberg sembra aver sentito il bisogno di tornare a uno dei territori che più hanno definito la sua carriera.
Non a caso diversi critici hanno descritto Disclosure Day come il ritorno del regista alla fantascienza spettacolare che lo rese celebre tra gli anni Settanta e Ottanta. Il film segna infatti un nuovo viaggio nel mondo degli UFO dopo classici come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. – L’Extra-Terrestre e, in una chiave molto più oscura, La guerra dei mondi.
Anche l’attore Josh O’Connor ha definito Disclosure Day come una sorta di terzo capitolo ideale di una trilogia spirituale formata proprio da Incontri ravvicinati, E.T. e il nuovo film.
Lo stesso sguardo, ma più maturo
Ciò che rende interessante il confronto tra le due opere è soprattutto l’evoluzione dello sguardo del regista.
Il giovane Spielberg degli anni Settanta guardava il cielo con curiosità e ottimismo. Il Spielberg di oggi, quasi ottantenne, sembra invece interessato alle implicazioni sociali, politiche e psicologiche di una possibile rivelazione extraterrestre.
La meraviglia non è scomparsa, ma convive con temi più complessi come il controllo dell’informazione, la fiducia nelle istituzioni e il confine tra realtà e credenza.
Un dialogo tra passato e presente
Forse il modo migliore per interpretare Disclosure Day non è considerarlo un sequel di Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma una conversazione tra due momenti della vita dello stesso autore.
Nel 1977 Spielberg immaginava come sarebbe stato incontrare gli alieni. Nel 2026 si chiede cosa accadrebbe se qualcuno ci dicesse che sono già qui.
Tra i due film passano quasi cinquant’anni di storia, di cinema e di cambiamenti culturali. Eppure resta immutata la fascinazione per ciò che potrebbe esistere oltre il nostro pianeta. È proprio questa capacità di guardare verso l’ignoto con stupore, paura e curiosità che continua a rendere Steven Spielberg uno dei più grandi narratori del nostro tempo.


