Greisinger Museum: reportage dall’apertura del Museo della Terra di Mezzo!

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  • 600 dipinti originali;
  • più di 100 artisti (tra cui Alan Lee, Ted Nasmith, Roger Garland, Chris Achilleos, Tim e Greg Hildebrandt, Michael Herring e Donato Giancola);
  • 3000 libri;
  • 7 anni di lavori;
  • 400 mq di esposizione, per lo più sotterranea;
  • un costo preventivato di 2 milioni di euro, che, nonostante il riserbo del proprietario, sembra essere stato ampiamente superato.

Questi sono i numeri del Greisinger Museum, che il proprietario e fondatore, Bernd Greisinger, non ha timore a definire “il più grande museo al mondo dedicato a J.R.R. Tolkien e alle sue opere“.

Siamo stati invitati, assieme a circa duecento altri appassionati ed esperti della Terra di Mezzo, per l’inaugurazione di questa interessantissima raccolta, disposta in un percorso che si snoda per sale, corridoi e scale, sotto il giardino di casa Greisinger, a Jenins, nel nord della Svizzera, quasi al confine col Liechtenstein.

A guidarci, i due alter ego di Bernd: Davide Martini, direttore artistico, e Ivan Cavini, direttore creativo, che non solo ci hanno illustrato il contenuto esposto, ma sono riusciti, con il racconto dei loro contributi, delle curiosità e della storia stessa della realizzazione, a rendere più vivo e ricco il percorso.

L’ingresso è esattamente come ce lo si può aspettare: preceduta da un grazioso giardino (ferocemente protetto dal calpestio dei visitatori dalla bionda guida ufficiale), una rotonda porta verde sormontata da un tetto ondulato si apre sul fianco di una collina (in realtà il giardino della casa). Si entra quindi nello smial (casa hobbit) di Bilbo Baggins, che occupa le prime tre stanze della mostra, tutte rigorosamente collegate da aperture circolari, con finestre prospicienti l’aiuola esterna. Le camere sono arredate in legno (il pavimento di cotto è temporaneo), e alle pareti sono appesi quadri di tema tolkieniano, di cui uno opera dello stesso Cavini (nel museo ce ne sono altri sei di sua mano). Nella seconda stanza, davanti al caminetto, fa bella mostra un modellino dello smial, al cui interno è possibile scorgere le miniature degli arredi, realizzato da Grazia Ferlito. Una porta provvisoria dà su una cucina non ancora ultimata, che diverrà entro breve perfettamente funzionante. A questo punto Ivan Cavini ci spiega: “A Hobbiton non c’èra solo pace e gioia: il male stava incombendo, e il buio iniziava a diffondersi“. La quarta sala è infatti totalmente diversa: buia, con quadri (uno di Achilleos) le cui tinte danno sui toni scuri, illuminati di una tenue luce blu. Vicino al trono del Re-stregone, due teste di orco ci accolgono in un ambiente ricavato sopra i gradini che scendono nelle viscere della montagna: stiamo entrando in Moria, ed ecco che infatti su una parete la porta del Nanosterro si illumina di luce lunare, comunicandoci il messaggio (tutt’altro che) segreto: “Pedo mellon, a minno! (Dite amici, ed entrate!)“. Qui è anche ospitato il famoso “quadro nero” di Angelo Montanini, i cui dettagli appaiono e scompaiono a seconda della luce utilizzata.

Scendiamo nelle viscere di Khazad-dûm, e la quinta sala ci accoglie col gigantesco Balrog di Ivan Cavini, le fauci rosse spalancate e la frusta infuocata che s’attorciglia sul soffitto. Ivan ci informa che purtroppo non sono ancora in funzione le luci fluorescenti, che presto faranno le veci del suo spirito infuocato, facendo risaltare le crepe ardenti della pelle, e delle fiamme che lo avvolgeranno “come ali” (ovviamente, si sta riferendo all’ormai annosa diatriba se i Balrogs abbiano o meno delle “vere” ali…). Su una parete della stanza sono poste delle bacheche che ospitano modellini di orchi e trolls, mentre sulla quella opposta spicca una scritta runica: è la prima parte del Silmarillion, in lingua originale (“Due mesi di lavoro!” ci confida Ivan). Non facciamo in tempo ad oltrepassare la roccia di Durin, che un immenso Troll di caverna si protende con le sue mani minacciose verso di noi, mentre un Nano cerca di colpirlo con la sua ascia.

Lasciata Moria, entriamo nella settima sala, quella di Rivendell e Lothlórien, ampia e riposante, grazie alla luce che torna a splendere su di noi. Si notano due coppie di grandi quadri di Michael Herring, raffiguranti Galadriel e Lorien l’una, ed Elrond e Rivendell l’altra, anche perché, oltre alla loro bellezza, essendo stati realizzati prima del film di P. Jackson, nulla hanno a che vedere con gli attori che conosciamo. Due maestosi Argonath ci convogliano su per le scale, con i gradini di colore azzurro per ricordare l’Anduin, ed infine arriviamo nel ballatoio di Rohan: alle pareti ancora dipinti, fra cui due splendidi acquarelli ed un ritratto eseguito da Ivan Cavini, mentre alla destra una bacheca ospita alcuni dei libri rari che compongono la poderosa collezione di Bernd Greisinger, tutti firmati personalmente da J.R.R. Tolkien. Si passa quasi senza soluzione di continuità in un bianco porticato, decorato con realistici ritratti su cartoncino di Donato Giancola, dalle cui finestre si può ammirare l’alto e luminoso ottavo ambiente, quello di Minas Tirith, abbellito da un arioso colonnato ad archi. Scendiamo in questa stanza, e anche qui non mancano quadri di celebri artisti, quali Achilleos e Ted Nasmith; una grande vetrina contiene modellini e miniature, mentre sotto uno stretto balcone ornato con l’emblema dell’albero di Gondor sono ospitate due teste di leoni in pietra, arrivate direttamente dal caminetto di casa Tolkien (tutti ci chiediamo: come avrà fatto, Bernd?). Nella parete opposta si apre una porta che conduce alla nona sala, non ancora ultimata, che secondo Cavini ospiterà lo studio di uno dei misteriosi Ithryn Luin, gli Stregoni Blu, probabilmente Pallando. Usciamo, percorrendo uno stretto e lungo corridoio con le pareti tutte coperte da dipinti originali, ed arriviamo nella sala di Fangorn. Questo decimo ambiente, in penombra, è dominato dalla mole ripiegata di un colossale Barbalbero, busto e testa del quale sfiorano il soffitto, mentre le due poderose gambe occupano il centro della stanza, formando un arco sotto il quale si può agevolmente passare. Dei tronchi coprono tutti gli spigoli delle pareti, con rami che s’intrecciano a quelli dell’imponente ma dinamico Ent, e alle cui estremità sono posizionate le luci che illuminano gli onnipresenti quadri, fra i quali spicca un bellissimo Hildebrandt. Da qui si può accedere alla sala cinema che, come ci si può aspettare, non è solo una normale saletta di proiezione: sullo sfondo di un cielo notturno stellato, sopra le teste degli spettatori si svolgono le spire volteggianti di un grandioso drago Smaug, senza mai toccare il soffitto. Ivan Cavini ci racconta di averlo realizzato in un capannone per le galline, vicino a casa sua, completamente da sé. Per poterlo trasportare era stato diviso in undici pezzi, che però, una volta assemblati, hanno richiesto modifiche per adattare il complesso alla forma della stanza.

Dopo aver visionato il filmato promozionale del museo, imbocchiamo una scala, ultima come posizione nel percorso ma non certo per importanza: ancora numerosissimi quadri, fra cui alcuni famosi Nasmith: Tuor a Vinyamar, e Tuor convocato da Ulmo, Húrin che incontra Morwen, Túrin che uccide Glaurung.

E infine uscimmo a rivedere… il sole, perché la giornata era ancora bella e luminosa!

I tanti applausi per l’opera di Bernd sono stati meritatissimi! Ha creato un qualcosa che tutti noi vorrebbero avere davvero ‘sotto casa’. A conclusione della visita la nostra ‘compagnia’ ha potuto banchettare con una ricca cena a base di carne alla griglia, wurstel, bevande e liquori, il tutto offerto da Bernd e il suo team di amici. La serata è proseguita con un grazioso spettacolo di fuochi d’artificio che hanno degnamente concluso questa fantastica giornata. Tanti i ringraziamenti che Bernd ha riservato allo staff, partendo dal direttore artistico Davide Martini e direttore creativo Ivan Cavini (tanta Italia in questo museo!) e passando per tutti, ma davvero tutti coloro che hanno collaborato a trasformare il sogno di Bernd in una bellissima realtà, da adesso disponibile a tutti noi.

Luca Rosati e Roberto Fontana


56 pensieri su “Greisinger Museum: reportage dall’apertura del Museo della Terra di Mezzo!

  1. @Andrea90:
    SETOLE eh? Allora ci sta che potrebbe ricordare il famoso riccio! Ragazzo ne sai una più del diavoletto!!! Grazie per lo spoiler, finalmente qualcosa di succoso…ma…’sti qui lo sapevano già dal 2011???

  2. @Gollum @Tom_Bombadil:
    in un post di ieri ho scritto una boiata pazzesca e mi correggo:
    SE ne Lo Hobbit ci sarà pure Drogo Baggins ( a questo punto credo nella extended version di “UVI”) ci sarà pure la “comparsata” del piccolo Frodo…ecco perché ho visto un bimbo hobbit che mi ricordava Bilbo, impersonerà Frodo, suo nipote, non Bilbo piccolo!!!
    Spero comunque che il famoso primo incontro fra Bilbo bambino e Gandalf venga fatto vedere.
    Sorry ma era doveroso correggere.

  3. Ragazzi ho 2 dubbi che pervadono la mia mente e chiedo a voi che avete gli scritti sotto mano:
    1) ci sono casi in cui Sauron riporta in vita i morti? Angmar e gli altri 8 portatori non sono mai morti, sono solo decaduti in un’altra forma no? Le tombe nelle Colline di Rhudaur non esistono negli scritti: magari erano solamente assopiti in attesa di un ritorno di Sauron, e le tombe (nel film) fungevano da “incantesimo” dal quale non avrebbero mai potuto fuoriuscire, se non per mano di Sauron stesso, che li ha poi “liberati”, ma non riportati in vita. Il Negromante dovrebbe aver potere sulla morte, non sulla vita, per quello reputo più plausibile il prendere possesso del corpo morto di Thrain rispetto all’aver riportato in vita Azog, perchè Azog non è un fantasma come i 9, è un orco vero e proprio che agisce di volontà propria. Non credo che PJ si sia preso una simile libertà, è molto più probabile che il Negromante abbia curato le ferite di Azog con la magia nera rispetto all’averlo riportato in vita. “Negromante”, quindi, è un nome datogli da Gandalf per definire un qualcosa che si occupa di magia nera o ha fondamenta precise?
    2) Gandalf fece dei viaggi a Moria per andare alla ricerca di Thrain? O si avventurò a Khazad-Dum per altri motivi?

  4. @Andrea90

    1) I Nazgùl sono morti. E lo saranno sempre, questa è la maleficenza di Sauron, finché Sauron duri: impedire che la morte sia ciò che deve essere, la porta al ricongiungimento degli Uomini con Ilùvatar. Gli Uomini non sono “Figli del Mondo”, come invece lo sono gli Elfi, longevi quanto il mondo, ad Arda ancorati anche post-mortem per l’ufficio di Mandos e fino all’Ultimo Giorno.

    I Nazgùl non hanno potuto godere della giusta morte corporale, perché il loro corpo, per l’ossessione dei Nove, svaniva a poco a poco ogni volta che venivano indossati. Dal Visibile, entravano nell’Invisibile: ma attenzione, non è questione meramente sensibile! Il Visibile e l’Invisibile sembrano discendere direttamente dalla distinzione del Credo Cristiano: nell’Invisibile rifulge la Luce di Aman (Glorfindel), o la tenebra della sua privazione. In Aman non esiste distinzione tra Visibile ed Invisibile, così per la Casa di Bombadil. Sarebbe sbagliato parlare di “mondi” nella nostra accezione attuale (non quella di Tolkien) o di “dimensione”. Più corretto sarebbe parlare di “sguardi” come concezioni totalizzanti di ciò che esiste: ma dell’Invisibile la vita degli Uomini non dovrebbe partecipare, così nei Nazgùl c’è un’aperta violazione della Musica degli Ainur.

    Più si allontanavano dal Visibile, più incontrovertibilmente essi entravano in ciò che per loro può essere solo una morte permanente. Loro sono morti: il loro alito non è un respiro, ma è latore di veleno. Quanto accadde dei loro corpi è una questione irrisolta. Lo “svanire” dal Visibile (sia sensibilmente, non visti per i Nove, sia nelle loro ossessioni votate al solo potere) li rese spettri terrore agli occhi dei loro stessi sudditi. Vedevano il mondo come Sauron vedeva il mondo (per questo parlo di “sguardi”) e presto non videro più altro. Sauron su loro ha steso uno stato di morte che non finisce.

    E’ indicativo che, in questo senso, i Nazgùl comparvero solo dopo la prima morte dei Re degli Uomini. Significa che, finché i Nazgùl fossero rimasti in vita, Sauron non poteva esercitare un pieno dominio su di loro. Erano cioè liberi nella misura in cui desideravano. Ma scelsero il giogo.

    Sauron non poteva portare alla vita nessuno! Questo è il punto, lui aveva bisogno che fossero e rimanessero morti. Sauron non può in nessun modo dare la vita: per questo lui (e Morgoth prima) rovinarono la vita pre-esistente.
    [UT, HoME, ISdA]

    Non sappiamo l’origine del nome “Necromancer”; probabilmente però, il nome è dovuto alle testimonianze di Beorniani e Boscaioli più che ad una scelta dei Saggi, i quali si sarebbero guardati bene da usare un nome così impegnativo, che implicava così tante ripercussioni, se non ne fossero stati sicuri.

    Jackson infatti disegna bene questa precauzione nell’incredulità di Saruman: d’accordo che aveva particolari intenzioni, ma questo non significa che la sua capacità di giudizio fosse totalmente ottenebrata, anzi! Verso una minaccia doveva essere in uno stato d’allerta.

    Vero è che quel nome non può essere un’invenzione gratuita. Qualcuno deve aver avuto ragione di credere che i morti fossero in qualche maniera chiamati in causa. Gandalf dice, ne Lo Hobbit, che i Boscaioli avevano quasi totalmente abbandonato la regione meridionale dei margini del bosco per via delle incursioni degli Orchi e dei Mannari, ma non sembra essere l’unico motivo. Gli Sturoi dei Campi Iridati (la gente di Sméagol) [LCdA] erano fuggiti dalla Scura Potenza del Colle: non è improbabile che gente tanto superstiziosa fosse facilmente impressionabile con infestazioni maligne. Leggenda o verità? Entrambe sono possibili.

    Sauron infatti è Negromante dalla sua prima apparizione nelle Grandi Storie, perché innesta in comuni lupi degli spiriti tormentati : così si originò la stirpe dei Mannari. Dunque, non c’è nessun impedimento a che possa riempire un cadavere di uno spirito già in suo potere (Azog appartiene alla sua elité di vassalli) senza dover, ad ogni momento, comandarne i pensieri e le azioni.
    Un Orco non è un Uomo, ricordiamo la genesi degli Orchi. Il discorso non può perciò essere lo stesso per esseri totalmente liberi ed altri che sono, esistenzialmente, schiavi del male.

    2) Gandalf cercò Thrain a Khazad-dum solo dopo il 2485, dopo estenuanti anni di ricerca e solo perché non gli sembrava possibile alcun altra destinazione. Entrò dal Cancello Orientale e aprì le porte di Narvi dall’interno (per questo non sapeva come aprirle dall’esterno in LCdA).

  5. @Gabriele Marconi

    2) Quindi i viaggi di Gandalf alla ricerca di Thrain a Moria potrebbero essere presenti in DOS: ecco, probabilmente, perchè sa della sopravvivenza di Azog. Mi viene da pensare quindi che a casa di Beorn verrà affrontato (1) il tema del ritrovamento di Thrain a DG (chiave/mappa), in relazione alla (2) conferma (da parte di Beorn a Gandalf) di una presenza maligna a DG, conferma che viene ulteriormente rafforzata dal (3) ritrovamento delle Tombe vuote dei Nove (probabilmente un flashback, dubito che Gandalf torni a Rhudaur per poi tornare a DG); (4) la sopravvivenza di Azog a Moria legata strettamente alla (5) distruzione dei Beorniani da parte di Azog. Il tema del prologo (che continuamente abbiamo sostenuto e sul quale continuo ad insistere) dovrebbe quindi trattarsi della scomparsa di Thrain a Moria, continuando a DG, con le torture da parte di Bolg, il successivo ritiro dell’anello e l’imprigionamento.

    1) Quindi, se le nostre congetture fossero vere, Azog sarebbe più un Orco-Zombie, non essendo potuto tornare in vita no? E’ una situazione diversa dai Nazgul infatti, essi sono spettri. Le cose che mi lasciano perplesso sono i continui indici puntati, come le stesse facce impresse nella veste di Azog, o il tema dei Nazgul stesso, o come ho sempre detto il vedere orchi cadere a Moria e ricomparire poi. Ma se Sauron avesse avuto questa facoltà, perchè non usarla anche nella guerra dell’anello utilizzando un esercito di non-morti? Ecco perchè penso che il ritorno dei Nazgul sia un ritorno che vale esclusivamente per gli stessi, tesi rafforzata anche dal fatto che i Nazgul (diversamente da altri soggetti) fossero comunque legati a Sauron dai Nove Anelli, prima di cadere. Azog rappresenta un orco senza legami di questo genere con Sauron, per questo penso all’alleanza più che all’asservimento.
    In relazione a questo, non saprei proprio del perchè Azog abbia accettato l’idea di allearsi con Sauron, sta di fatto che deve esserci una sorta di compromesso. Si dice che i Beorniani siano stati distrutti da Azog per volere di Sauron, e in effetti, che guadagno ne traeva Azog dall’eliminare i Beorniani? A lui interessava vendicarsi di Thorin: probabilmente Azog è stato aiutato nella caccia a Thorin, oppure è stato raggirato (Sauron l’ingannatore, appunto). Ma sentire a Colle Vento Azog parlare di “una taglia sulla testa dei nani” sta ad indicare che qualcosa ne traevano.

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