Del Toro parla dello Hobbit alla radio nazionale Neozelandese

Traduco buona parte della trascrizione di una interessantissima intervista a Guillermo del Toro tenutasi qualche giorno fa sulla New Zealand National Radio. Nell’intervista il regista dello Hobbit parla del film, delle differenze di approccio agli effetti speciali e visivi che avrà rispetto a Peter Jackson, di come lui lo contattò per dirigere il film, ma anche dei momenti più bui della sua carriera e del suo rapporto con Hollywood. E’ una intervista davvero interessante, e svela qualche particolare su come verranno realizzate le scene più spettacolari dello Hobbit…

Penso che tu abbia trovato, come altri registi, l’industria cinematografica neozelandese ben diversa da quella hollywoodiana, ti ricorda quella messicana?
Non molto. Beh sì, se qualcuno di noi avesse avuto il coraggio di Peter di mettersi in gioco e combattere per fare un film così colossale come Il Signore degli Anelli. Penso che il risultato sia unico al mondo, perché quello che è stato ottenuto qui è ogni singolo aspetto della produzione di un film di Hollywood, ma costruito tutto attorno alla figura di un unico film-maker. Quindi è qualcosa di vicino al regista: l’obiettivo e il punto principale sono la creatività. Non ho mai visto niente di simile finora. In messico potremmo avere qualcosa di simile ma più piccolo di dieci volte, e nello scenario migliore: nel senso che adoriamo il cinema e adoriamo fare cinema. Ma a Wellington c’è un tesoro unico, insolito e prezioso.

Ci hai pensato due volte prima di accettare questo incarico, visti i precedenti successi di Peter Jackson?
No, assolutamente. Peter mi chiamò intorno a Natale. All’epoca lavoravo alla post-produzione di Hellboy 2, e non ci eravamo parlati da quando ci incontrammo per discutere di Halo anni prima. Halo ed Hellboy erano in contemporanea, e sarebbe stato complicato per me [così scelsi Hellboy], comunque Peter mi chiamò, parlavamo dello Hobbit e lui mi chiese se volevo farlo. Io risposi “sì.”, lui mi chiese “prenderà più di tre anni della tua vita, vuoi parlarne con la tua famiglia?” e io risposi: “no.” Avevo letto solo due libri di Tolkien: il suo saggio sulle favole, e Lo Hobbit. Dissi di sì perché è stato un libro importantissimo per la mia crescita (lo lessi a 11 anni).

Non hai messo condizioni quando hai risposto? “Peter sono interessato ma a patto di poter fare quello che voglio”? O ne avete parlato dopo?
Beh, lui è un regista. Sarebbe stato di cattivo gusto parlare di quello [ride]. Io produco registi, produco film anche per altri registi e la regola d’oro è: tu produci nel modo in cui vuoi che un film venga prodotto. Ovviamente sapevo che avrei dovuto lavorare in una cosmologia pre-esistente. Non è che mi posso inventare una nuova Hobbiville, in technicolor, con tutti i colori acidi e strani, o qualcosa di simili. So che ci sono alcuni luoghi che abbiamo già visitato nella trilogia, e so che devo rispettarli e mostrarli in maniera coerente, come se appartenessero alla trilogia e ai miei film. Ma all’interno di tutto questo mi sento libero, e sono felice che non abbiamo fatto un patto di quel tipo perché sento profondo rispetto nei miei confronti da parte sua: è un sogno il fatto che abbiano tutti così rispetto delle mie idee (Philippa Boyens, Fran Walsh e lui). Mi danno spazio per presentare i miei disegni e progetti quando sono pronto per farlo, e qualsiasi critica nasconde un profondo rispetto. Le due migliori esperienze da regista che ho avuto con dei produttori sono state con altri registi: una è stata quella con Pedro Almodovar, che ha prodotto La Spina del Diavolo, e l’altra è questa.
Un regista sa cosa serve a un altro regista, sa quando potrebbe essere d’aiuto, fargli da spalla – ci sono momenti in cui ci si sente insicuri, e hai bisogno di confrontarti con un altro regista. Alejandro Gonzalez Inarritu, Alfonso Cuaron e io abbiamo una amicizia molto aperta e libera. Spero in futuro di avere un rapporto simile anche con Peter e con James Cameron: negli ultimi dodici anni io e James siamo stati molto vicini in questo senso.
(…) E’ importante che i film vengano fatti dai registi. Non riesco a capire come fa un sistema come Hollywood a essere guidato da persone di spettacolo, e i registi a essere comandati da persone che vengono dal marketing. E’ qualcosa di osceno, da un certo punto di vista. Penso che il mondo cinematografico ideale dovrebbe essere guidato dai registi.

Il tuo rapporto con Hollywood è sempre stato di amore e odio, ora è di amore?
Lo è. Se potessi avere una carriera ideale, farei film solo in spagnolo e li girerei in Messico e forse in Spagna. Cronos, il mio primo film, fu un insuccesso economico tale che alla fine ero indebitato per un quarto di milione di dollari, e non avevo alcun modo di pagare quei soldi. Passai un anno e mezzo per ottenere che La Spina del Diavolo venisse realizzato, e non ci riuscii, poi mi chiamarono gli Universal Studios, mi chiesero se volevo scrivere qualcosa, perché adoravano Cronos. Risposi “sì, ma ho questi problemi.” e loro risposero: “ti daremo il minimo sindacale,” e io mi mostrai titubante. “ovvero 100.000 dollari” [ride] e io risposi subito: “Sì! Lo farò, anche perché la mia casa è in pericolo!”
E così iniziai a scrivere, scrissi quattro o cinque sceneggiature molto belle, e non vennero prodotte. Ho co-scritto, finora, sedici sceneggiature, e ho realizzato solo sette film: il che significa che ho 9 sceneggiature che mi stanno molto a cuore che non sono mai riuscito a girare. Ecco cosa odio di Hollywood: io la chiamo “la terra dei lenti NO”, perché ci vuole un sacco di tempoper NON fare un film! [ride]

Per Peter Jackson la Trilogia è servita a coronare un suo grande sogno, producendo King Kong. Pensi che Lo Hobbit sarà lo stesso per te?
Ebbene, mi piacerebbe essere in grado di interpretare quello che mi è successo finora. Da fuori, sembra una carriera. Da dentro, è una emergenza dietro l’altra. Nel ’97 mio padre fu rapito in Messico e dovetti fuggire. Ebbi l’assegno di disoccupazione a 33 anni, non girai nulla per quattro anni. E’ una vita decisamente spericolata. Quello che intendo dire è che non so cosa succederà con Lo Hobbit: ci aspettiamo un grande successo, ma nulla è garantito in questa vita. Voglio fare i film al meglio che posso. Non i migliori film in base al materiale, ma i migliori film come essere umano. Voglio che questi due film rappresentino al meglio tutto quello che posso fare. La Spina del Diavolo fu un grande successo in Europa (in particolare in Spagna e Francia), ma negli Stati Uniti fu quasi ignorato. Non si sa mai. La mia vita ovviamente è cambiata dopo Il Labirinto del Fauno (…) anche se fu il successo di Blade II a farmi ricominciare davvero dopo tutti gli anni precedenti.

Sappiamo che Peter Jackson adora la computer grafica, e ovviamente Il Signore degli Anelli è servito a creare alcuni software straordinari per realizzare certe scene colossali. Tu sei conosciuto come un regista che adora le persone in carne e ossa, quindi è una filosofia diversa. Vedremo questo aspetto di te nello Hobbit?
Il bello di Peter è che adora la computer grafica – ed è il suo aspetto più pubblicizzato – ma in realtà è un uomo che conosce, adora e studia le tecniche dei vecchi tempi. Parliamo di una persona che ha utilizzato prevalentemente le miniature in un modo che pochi altri registi hanno impiegato negli ultimi vent’anni, oserei dire. L’utilizzo delle miniature nella Trilogia è incredibile, ed è un aspetto che condivido e adoro. Gli unici momenti in cui ci scontriamo è quando una maquette o un modello o un mostro arriva dagli studi della WETA ed entrambi vogliamo tenercelo. La decisione finale è stata che vengono prodotte due copie, una per ciascuna collezione [ride].
Siamo entrambi dei fanatici (‘geek’), lui ha una incredibile collezione, la mia è più modesta anche se decisamente strana e inquietante. Penso che quest’uomo adori i mostri e che sfrutti al meglio gli strumenti che ha.
Nello Hobbit utilizzerò effetti e creature reali il più possibile, ma non è una prerogativa. Utilizzerò effetti visivi digitali sevedrò che sarà il modo migliore per realizzare una creatura. Abbiamo lo stesso approccio.
Alcune cose nello Hobbit possono essere realizzate solo digitalmente, come i Ragni del Bosco Atro o le armate. Penso che sia lo stesso approccio che ha Peter. Abbiamo molte cose in comune, molte origini comuni. Siamo cresciuti entrambi in paesi dove per realizzare film di genere (horror e splatter) bisognava avere una passione folle disperata, e realizzare con passione creature e mostri e altre invenzioni. Nel mio paese il 99% dei film viene realizzato con i finanziamenti dello stato, ma sono film sociali, che parlano delle condizioni del Messico – io li adoro e servono a livello sociale, ne ho anche prodotti alcuni – ma come regista ho combattuto a lungo per dimostrare che “messaggi importanti possono essere veicolati tramite la favola”. (…)

Parlando di mostri, Gollum è interessante perché è per metà mostro e metà umano: è un aspetto molto potente, vero?
Il bello di Gollum è che racchiude in sè due personaggi in uno. Uno è Smeagol, l’altro Gollum: così è possibile avere un approccio in stile Jekyll e Hyde, in cui i due si parlano, ed è una battaglia costante. Alla fine è quasi l’incarnazione di cosa significa essere un umano. Il dialogo costante tra cosa si può e non si può fare. (…) E’ una creatura splendida, ed è una delle cose dello Hobbit che sento più vicine: l’amore che dimostra Tolkien per i mostri, nello Hobbit, è più grande e fantasioso che altrove, sono più dei personaggi che un’unica forza oscura antagonista. Penso che Smog sia un personaggio fantastico, un mostro splendido e regale. Penso che la “magnificenza” dei personaggi dello Hobbit parli direttamente a me.

fonte del transcript: Forum TORN

7 pensieri riguardo “Del Toro parla dello Hobbit alla radio nazionale Neozelandese”

  1. Davvero una bella intervista. Più il tempo passa e più mi rendo conto che Guillermo è una persona fantastica sia dal punto di vista umano che come regista. Ha saputo mettersi in gioco e rischiare in prima persona per realizzare i suoi progetti. Non so se altrettanto si possa dire dei nostri registi. Sono contento che Peter lo abbia scelto.
    Il suo approccio con i mostri e gli effetti speciali farà dello Hobbit un film innovativo.

  2. L’idea di usare gli effetti digitali e la CG in “punta di piedi”, di considerarli solo un mezzo per raggiungere lo scopo di migliorare la narrazione, mi sembra l’approccio giusto. Nella trilogia PJ ha fatto un uso sapiente della tecnologia, che resta invisibile ma è stata essenziale per portare sullo schermo tutta la poesia della Terra di Mezzo.
    Mi pare che GDT abbia lo stesso apporccio, e ne sono felice. Spero che resterà coerente con questi propositi.

  3. Io su Del Toro sono molto scettico, il suo cinema proprio non mi piace, sembra fatto da un bambino con la telecamera in mano e tanti soldi da spendere. Per ora nelle interviste sta diventando progressivamente più cauto, vedremo cosa tira fuori da Lo Hobbit.

  4. all’inizio non ero convinto di Guillermo ma col tempo mi rendo sempre più conto che è la persona giusta per questo film

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